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arack Obama ha salutato Giorgio Napolitano come “leader europeo”. Se è vero che alcuni momenti fanno la storia, allora la “visita di lavoro” di Giorgio Napolitano a Washington, alla fine del maggio scorso, è tra questi.
In un’era in cui la Cina, con il suo tasso di crescita stellare e il suo peso demografico, sembra essere l’unica vera potenza crescente nel mondo, gli Stati Uniti non dominano più incontrastati, le Nazioni Unite non sono efficienti e l’Europa sembra non contare abbastanza, la questione della governance globale rimane aperta. In un contesto così incerto e controverso, in cui giorno dopo giorno si sente la stringente necessitá di definire un sistema che sia in grado di regolarizzare la convivenza tra i piú disparati centri di potere, le relazioni euro-atlantiche assumono una valenza del tutto nuova. Contrariamente a quanto accade “in patria”, dove il crescente scetticismo sulle capacitá del Presidente Barack Obama di gestire la crisi economica si fonde con un generale disincanto sull’operato della sua Amministrazione, in Europa la Presidenza USA continua a riscuotere un consenso quasi plebiscitario e rimane consistente la fiducia nella sua capacità di fare le scelte giuste sul piano della politica internazionale. In generale viene infatti apprezzata la maggiore prudenza di Obama rispetto al suo predecessore, poichè sembra trasmettere all’estero un’immagine di un’America più sensibile alle esigenze altrui e più attenta a calibrare gli obiettivi alle risorse disponibili. In effetti, il tratto distintivo della politica estera del giovane presidente americano è un deciso orientamento a cercare la cooperazione internazionale, anche con gli Europei, nella gestione delle crisi in cui gli Stati Uniti hanno qualche interesse, ma nelle forme e nei modi che agli Americani sono più congeniali. Il pragmatismo di tale principio è diventato uno dei pilastri della nuova Strategia di sicurezza nazionale made in USA, pubblicata dalla Casa Bianca lo scorso maggio; in essa vi si insiste tanto sull’importanza della Nato e della cooperazione Usa-Ue quanto sulla necessità di stabilire relazioni speciali con quei singoli paesi europei che siano in grado di offrire un contributo agli obiettivi di politica estera Usa.
Tuttavia, negli ultimi mesi, e nel corso dell'incontro con il Presidente della Repubblica italiana, la sicurezza non è stata l’argomento in cima all’agenda transatlantica, bensì lo è stata l’economia. Pur facendo grandi sforzi per trovare punti d’incontro sulla governance economica mondiale al vertice del G8 e del G20, Ue e Usa hanno mostrato chiaramente di possedere idee diverse su come far fronte agli effetti della grande recessione del 2008-09: la prima, spinta dalla Germania e nonostante le resistenze della Francia, punta alla riduzione del disavanzo pubblico; i secondi, preoccupati degli effetti depressivi di politiche fiscali eccessivamente restrittive, vorrebbero che fosse data priorità alla crescita mettendo in atto politiche espansive. Le perturbazioni monetarie e finanziarie in Europa, ha detto Napolitano al Congresso americano, richiedono “una comune assunzione di responsabilità” a livello internazionale e “l’impegno congiunto, in tutti i campi, dell’Europa e degli Stati Uniti” confermando perciò l’importanza strategica del legame transatlatico. Anche se alcuni desiderano che l’Europa economica crolli sotto il peso della crisi, Napolitano ha affermato che “è necessario che l’Europa faccia la sua parte , faccia molto di più e meglio”, per essere in grado di superare una volta per tutte le “esitazioni” a fare quel balzo in avanti sulla via dell’integrazione politica che troppi leaders nazionali in questi anni non hanno voluto fare. Le “gravi falle” rimaste nel sistema europeo della moneta unica e tamponate con misure forti non si potranno riparare se non si rafforzerá la parte sovranazionale dell’Ue. Napolitano ha indicato dunque pragmaticamente al suo interlocutore ricette precise e misure concrete che l’Ue dovrà prendere in un prossimo futuro per sanare la sua vulnerabilità economica messa a nudo dal “caso Grecia” e per mettersi al riparo da altri rischi di default dei paesi membri, come la Spagna e forse l’Italia. Il Presidente italiano ha dunque avanzato un lungo elenco che comprende riforme economiche inderogabili da attuare in Europa a livello comunitario e a livello nazionale, come un fondo di gestione delle crisi, una più efficace sorveglianza sui bilanci, un più stretto controllo sulla finanza pubblica degli Stati, un'agenzia di rating europea e un consiglio per i rischi sistemici. L’Amministrazione Obama sembra aver gradito tali proposte.
Il successo dell’incontro è stato dovuto al fatto che non è si trattato soltanto di un consulto tra il giovane presidente americano e l'autorevole europeista “doc” sui mali che affliggono l'Ue, l'euro e quindi i mercati internazionali, ma è stata un'occasione per un chiarimento di fondo dell'approccio della nuova America verso l'UE, ovvero una diagnosi realistica e disincantata della situazione economico-finanziaria e delle prospettive per uscire fuori dal tunnel della crisi. Il criterio da seguire deve essere allora “più azioni congiunte Ue-Usa”, con l’augurio che l’Europa possa essere “più unita e assertiva”. L'America di Obama sembra quindi aver archiviato quella fase per cui i rapporti con i paesi del vecchio continente erano considerati marginali e secondari rispetto alle potenze economiche emergenti, poichè è risultato chiaro agli occhi di tutti che la crisi dell'euro può mettere a repentaglio anche la stabilità del dollaro e la stessa ripresa americana. Non mancano allora gli strumenti per promuovere una maggiore cooperazione, a cominciare ad esempio da quel foro di coordinamento chiamato “Transatlantic Economic Council” costituito nel 2007. Senza dubbio, altre strade dovranno essere percorse soprattutto in sede di G20 per una riforma del sistema finanziario internazionale, e migliore dovrá essere l’intesa sulle questioni di sicurezza internazionale, quali Iran, Afghanistan e conflitto israeliano-palestinese. Si dovrá cercare inoltre un compromesso sulle questioni strategiche relative alle relazioni con la Russia e la Turchia e si dovranno negoziare i termini dell’accordo sullo Swift per le investigazioni contro il terrorismo senza compromettere le garanzie sulla privacy. Inoltre, è necessario trovare una via per superare le divergenze in sede NATO, in modo che l’UE possa evitare il rischio di “irrilevanza militare”; una verifica importante dello stato delle relazioni di sicurezza transatlantiche sarà l’approvazione del nuovo Concetto strategico della Nato, prevista per il prossimo novembre.
In un clima in cui prevale una certa difficoltà a relazionarsi e dove una serie di problemi rimangono senza soluzione, diversi paesi europei sono persuasi che il riavvicinamento tra Stati Uniti e Russia promosso da Obama sia funzionale all’intersse dell’Ue. Se infatti d’ora in avanti i vertici transatlantici si terranno solo in occasioni speciali, come è stato stabilito a seguito dell’abolizione dell’annuale vertice bilaterale Usa-Ue che quest'anno si sarebbe dovuto tenere a Madrid, tuttavia sembra che gli USA abbiano “trovato il numero di telefono” della Ashton, di Van Rompuy e di Barroso, come affermato da Francois Lafond, direttore dell’ufficio di Parigi del German Marshall Fund of the United States. Rimane solo da vedere se ci sará un’unica risposta europea oppure 27 risposte discordanti.
scritto da: Emilia Sannino (10/09/2010)