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Cause poco interessanti per la sinistra italiana
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Cause poco interessanti per la sinistra italiana


di Toni Capuozzo

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nche i giornali più seri, e specie se americani, indulgono alle classifiche stravaganti. Il New York Times, ad esempio, ne ha stilata una sui 31 luoghi al mondo che vale la pena visitare nel 2010 (per l’Italia, c’è il Gargano). E se dovessimo stilare una lista delle cause che non appassionano la sinistra italiana? Potremmo metterci i diritti umani a Cuba, dopo la morte in carcere di Orlando Zapata Tamayo, e nonostante la ferma dichiarazione, a fine marzo, di Obama. Ci starebbe anche la difesa della libertà d’informazione nel Venezuela di Chavez. E, per una sorta di continuismo pigro, le dissidenze russe e quelle cinesi. Ma la più sorprendente delle cause ignorate è quella della libertà religiosa per i cristiani. Certo, il pezzo di colore - ed è il colore del sangue - non si nega al pakistano bruciato vivo a Rawalpindi perché rifiutava di convertirsi, e alla vedova stuprata in commissariato davanti ai suoi figli. Ma quel che manca è l’emozione, l’impegno, la capacità di sentire la causa altrui come una causa propria. Agli inizi di marzo i cristiani di Mosul hanno formato un silenzioso corteo per protestare contro un lento massacro: 825 cristiani uccisi dal 2003. Avete mai sentito citare, tra le molte dimostrazioni del fallimento dell’esportazione della democrazia alla Bush, il caso dei cristiani iracheni ? Scoperta con entusiastica disinvoltura l’importanza della scadenza elettorale che ha visto il rinnovo del parlamento di Baghdad (era il quinto appuntamento con le urne...), il dettaglio di una libertà religiosa minacciata è rimasto dimenticato come prima. Che i cristiani siano perseguitati in Laos può sfuggire, ma che avvenga in India, la più grande democrazia al mondo, è curioso (anche se in Laos è il governo a porre limiti alla libertà di culto, e in India sono i pogrom “spontanei” a rendere difficile la vita ai cristiani). Sono le autorità ufficiali che, invece, hanno sequestrato in Malesia quindicimila copie della Bibbia. In Somalia nel 2009 i gruppi affiliati ad Al Qaeda hanno ucciso 19 convertiti, e non c'è chi non sappia, sia pure di sfuggita dei problemi dei cristiani in Congo, o nel Darfur, e persino in Egitto. Ebbene, tutta questa indifferenza sarebbe solo una questione di doppia morale, se fosse solo indifferenza. Il problema è che nello stesso tempo ci si scandalizza per il divieto svizzero a levare minareti (una questione analoga sta sorgendo in Germania), si guarda incerti al dibattito francese sul velo, si ignora la vicenda spagnola che ha rivelato l’esistenza di una polizia religiosa segreta della comunità musulmana, incaricata di far rispettare la sharia. Ovvio, si dice, questa è la culla dei diritti, e non possiamo essere noi, in nome della reciprocità, a vietare quel che altrove nel mondo viene vietato, reso difficile, perseguitato. Il problema è che il dialogo con l’Islam, se è un dialogo adulto e franco, non può indulgere a una specie di velato razzismo, per cui si considerano arretrate le culture e le società di provenienza, e ci si dispone pazientemente ad attendere che le progressive sorti della storia e dell’umanità facciano il loro inevitabile lavoro. Occorrerebbe essere molto chiari, ed esigere un confronto non supponente ma educativo: i diritti della persona, della donna, la libertà di culto come forma della libertà individuale non sono questioni secondarie, e le violazioni in questo campo non sono un’appendice di arretratezza, un elemento residuale di cui gli altri si libereranno prima o poi, grazie alla forza della ragione. Spesso sono elementi costitutivi, e si intrecciano alla questione del rapporto tra religione e stato. Si può essere per una separazione delle due sfere, e poi accettarla come un fatto naturale nei nostri interlocutori ? Così avviene un fatto strano: il progressismo considera i diritti dei cristiani nel mondo come un fatto marginale, e la Chiesa, pur ricordandone i tormenti, esita a porre la questione di fondo, il rapporto tra Stato e religione, che la porterebbe a guardarsi allo specchio. Salvo scandalizzarsi, tutti, quando Israele pensa a definirsi “stato degli ebrei”, e a dimenticarsene davanti a tante repubbliche “islamiche”.

(10/09/2010)

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