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o scorso 15 aprile, due palestinesi, Mohammed Ismail di 36 anni e Nasser Abu Freh di 35, sono stati fucilati a Gaza perché ritenuti responsabili da un tribunale militare di Hamas di collaborazionismo con Israele. Sono le prime esecuzioni ufficiali da quando Hamas, tre anni fa, ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, sottraendolo ad al-Fatah del presidente Mahmoud Abbas. In base alle leggi dell’Autorità Nazionale Palestinese, le esecuzioni capitali possono essere effettuate solo con l’autorizzazione del Presidente, ma l’organizzazione integralista islamica, non riconoscendolo, si è ben guardata dall’interpellare Abbas, lanciando così un’ulteriore sfida alla sua autorità.
Una pioggia di critiche si è riversata su Hamas dopo le fucilazioni: dal Ministero degli Esteri francese, all’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani delle Nazioni Unite Navi Pillay. Ma questo non ha evitato che, a pochi giorni di distanza, per bocca del Ministro degli Interni, Fathi Hammad, l’organizzazione islamica annunciasse che le esecuzioni continueranno, non solo per i reati più gravi come l’omicidio ma anche per reati legati alla droga.
La realtà è che quanto recentemente accaduto segna una recrudescenza di quella “guerra nella guerra” che certi palestinesi hanno dichiarato ad altri palestinesi e di cui nessuno parla. Una guerra fatta anche di rapimenti di centinaia di persone che vengono prelevate dalle proprie case da Hamas, torturate e poi ritrovate, gravemente ferite o uccise, in zone isolate o nelle camere mortuarie degli ospedali di Gaza. Esecuzioni sommarie, gambizzazioni di persone perché ritenute “collaborazionisti” con Israele oppure critici di Hamas o simpatizzanti di al-Fatha. Human Rights Watch ha documentato almeno 32 esecuzioni sommarie di “collaboratori” palestinesi da parte di uomini a volto coperto presumibilmente appartenenti ad Hamas durante e dopo l’offensiva israeliana tra il dicembre 2008 ed il gennaio 2009.
Il 24 dicembre 2008, il quotidiano panarabo Al-Hayat, edito a Londra, ha scritto che il parlamento palestinese [Palestinian Legislative Council], controllato da Hamas, avrebbe votato a Gaza in seconda lettura a favore di una nuova proposta di legge penale che, in linea con la sharia, prevede punizioni come impiccagione, crocifissione, taglio della mano e frustate. La stessa notizia era stata ripresa e pubblicata sul sito web di Al-Arabiya e aveva suscitato critiche e preoccupazioni non solo nella comunità internazionale, ma anche da parte delle organizzazioni umanitarie della Striscia di Gaza. Hamas ha negato di aver approvato il nuovo codice islamico, anche se nei due mesi precedenti i leader di Hamas avevano annunciato con orgoglio sui loro giornali che il nuovo codice penale islamico, ispirato al “nobile diritto religioso islamico”, era quasi pronto. D’altra parte, quando nelle elezioni del 2006 i palestinesi hanno fatto vincere Hamas, il portavoce dell’organizzazione Hamed Bitawi aveva dichiarato: “Il Corano è la nostra Costituzione, Maometto è il nostro Profeta, la jihad è il nostro cammino, e morire come martiri per amore di Allah è il nostro massimo desiderio”. Il suo discorso fu accolto da un’ovazione della folla e dall’invocazione “Allah è Grande”. È probabile che, con l’attacco israeliano a Gaza di fine 2008, Hamas abbia avuto altro a cui pensare.
Sta di fatto che, a partire dal colpo di stato realizzato da Hamas nel giugno del 2007 nella Striscia di Gaza, l’influenza dell’Islam radicale sulla vita quotidiana della popolazione è andata via via crescendo. Al di là di una loro base legale, codici di comportamento islamico sono già parzialmente applicati sulla popolazione attraverso il ferreo controllo di Hamas di settori strategici, quali le scuole, le moschee, le strutture di assistenza sociale, i media, che hanno un impatto decisivo sui modi di vita corrente nella Striscia di Gaza. L’imposizione di tali codici nella vita quotidiana è curata principalmente dai servizi di sicurezza interna di Hamas, che operano come una sorta di “polizia morale” sul modello di analoghe forze di polizia esistenti in Iran, Arabia Saudita e in Afghanistan al tempo dei Talebani.
(10/09/2010)