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’Iran non si ferma. Da un lato continua nella pantomima delle dichiarazioni contraddittorie, delle provocazioni smargiasse alternate con ambigue allusioni a ipotetiche aperture; dall’altro va concretamente avanti nel moltiplicare i siti dedicati all’arricchimento dell’uranio e nelle sperimentazioni di vettori sempre più potenti e precisi. Che queste attività possano rappresentare una violazione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare è ormai ritenuto credibile anche dall’Agenzia Atomica Internazionale (AEIA). Il Trattato stesso, d’altronde, sta attraversando una fase decisamente delicata della propria esistenza. La sua sopravvivenza è infatti ritenuta cruciale per la sicurezza internazionale, e in tal senso vanno i pronunciamenti pubblici (e l’oggettivo interesse) delle principali potenze del sistema, Cina e Russia comprese. D’altra parte, proprio Cina e Russia sono estremamente restie a sostenere l’approvazione di sanzioni internazionali nei confronti del regime degli ayatollah, sia per i buoni affari che esse hanno in corso (o contano di fare) con Teheran, sia perché né a Pechino né a Mosca dispiace la prospettiva di continuare a vedere impantanato nel ginepraio mediorientale il sempre più claudicante egemone americano.
Ovviamente tanto la Cina quanto la Russia ritengono che solo un indebolimento sostanziale dell’influenza americana in Medio Oriente possa riaprire i giochi per una loro più significativa presenza regionale, tanto dal punto di vista politico quanto da quello economico. Se Mosca è uscita dalla scena mediorientale con la guerra del Golfo del 1990-91, Pechino ne è sempre rimasta ai margini. Per nulla paradossalmente, è proprio dal varo del concetto di “Greater Middle East” (che doveva sancire l’egemonia di Washington sulla regione) che Cina si è schiusa la possibilità di rivitalizzare la “via della seta”. Storica alleata del Pakistan, la Cina ha recentemente firmato un contratto cinquantennale per la fornitura di gas da parte dell’Iran, è ha iniziato una decisa azione di penetrazione in Afghanistan, volta alla sfruttamento delle risorse minerarie del Paese.
Teheran ritiene così di essere al sicuro da eventuali “sanzioni paralizzanti”, tanto temute quanto improbabili. L’assenza di un’efficace e risolutiva “opzione militare” fa poi sì che l’audacia iraniana si combini con il free-riding russo-cinese, in una situazione dall’esito pressoché scontato: salvo il poco probabile caso che l’Iran sia sincero, nel giro di una manciata di anni, il Medio Oriente avrà una potenza nucleare in più. Considerando la natura del regime iraniano la virulenza anti israeliana della sua retorica pubblica e gli stretti legami ideali e finanziari con i peggiori nemici dello Stato ebraico, non deve stupire che Gerusalemme guardi alla situazione con occhi assai preoccupati. Molti osservatori ritengono che, alla fine, anche il governo israeliano dovrà fare buon viso a cattivo gioco, piuttosto che incorrere nel rischio di dar fuoco alle polveri della regione. D’altronde, se un attacco preventivo avrebbe esiti incerti, questi potrebbero però essere ritenuti preferibili dalla leadership israeliana rispetto alla prospettiva certa di un Iran potenza nucleare.
Quest’ultima eventualità, infatti, farebbe ripiombare Israele nella situazione di “rischio esistenziale” in cui essa è vissuta dal 1948 al 1973, cioè dalla fondazione dello Stato alla guerra del Kippur. Da allora, la condizione di insicurezza è rimasta più o meno costante, mentre si sono attenuate le minacce per la sopravvivenza di Israele. Negli ultimi anni, le preoccupazioni legate alla sopravvivenza dello Stato ebraico sono state più che altro legate alla dimensione demografica interna, e alla possibilità di mantenere la natura ebraica di Israele. Se a questo tipo di “minaccia interna” si dovesse sommare una “minaccia esterna”, come quella costituita da un Iran nucleare, alleato dei principali nemici di Israele e in grado di vanificarne la capacità dissuasiva del potenziale nucleare, quello che verrebbe a delinearsi sarebbe un quadro da incubo. Al cui confronto anche la prospettiva di un attacco preventivo contro Teheran, con tutti i suoi rischi, potrebbe sembrare “il male minore”.
(08/09/2010)