G
li scontri in Kirghizistan sembrano non avere fine. Dopo la violenta ribellione scoppiata agli inizi di aprile, in cui hanno perso la vita 85 persone e che ha portato al rovesciamento di Kurmanbek Bakiev, continuano le agitazioni a Jalal-Abad, provincia a sud del paese, dove i sostenitori del presidente deposto hanno occupato edifici governativi. Una situazione drammatica che, inevitabilmente impone delle riflessioni sulle cause e, soprattutto, sulle conseguenze. Il collasso del regime kirghizo ha evidenziato i rischi che un modello di governo autoritario può provocare in Asia centrale, poiché ciò che è accaduto in questi ultimi mesi in Kirghizistan potrebbe riproporsi anche nei paesi limitrofi. Il paese dimostrava infatti una apparente e superficiale stabilità che invece nascondeva repressione e corruzione; a lungo andare questa situazione è sfociata nelle proteste di una popolazione ormai ridotta in povertà, ed è diventata un campanello di allarme per Russia, Stati Uniti, Cina e per i leader occidentali che considerano sempre di più l’Asia centrale un’area interessante per stabilire nuovi rapporti commerciali, e strategica per i futuri assetti geopolitici. L’aumento dei costi per acqua, elettricità e riscaldamento è stata la causa scatenante di proteste da parte della popolazione, stanca di subire gli abusi di politici corrotti e una sistematica violazione dei diritti umani commessi dal governo. Le agitazioni hanno quindi portato alla conquista del potere da parte dell’opposizione, e Rosa Otunbayeva a diventare presidente del governo provvisorio, con il compito di organizzare le elezioni presidenziali annunciate per ottobre 2011. Bakiev, che intanto ha ottenuto asilo politico in Bielorussia, e nei cui confronti è stata ordinata una richiesta di estradizione con l’accusa di omicidio di massa e abuso di potere, ha lasciato un paese al collasso. Corruzione e incompetenza erano ormai le caratteristiche principali di una struttura politica che l’ex presidente aveva organizzato inserendo in posti chiave membri della sua famiglia. Così i disaccordi interni e la continua ricerca di un profitto personale hanno causato scelte sbagliate, creando fallimenti economici e la devastazione delle infrastrutture del paese con gravi conseguenze per il Kirghizistan, che con 5 milioni di abitanti e un territorio prevalentemente montuoso, è uno dei paesi più poveri dell’Asia centrale. Nonostante la limitata superficie, il Kirghizistan è oggetto di grandi interessi internazionali e l’attuale instabilità politica potrebbe modificare gli equilibri esistenti. Gli Stati Uniti hanno infatti installato nel paese una base militare a Manas, nodo vitale per i rifornimenti di truppe e armamenti americani in Afghanistan. Sebbene gli esponenti del nuovo governo abbiano dichiarato di non voler modificare gli accordi, in passato avevano espresso un sentimento antiamericano accusando Obama, sostenitore della tutela dei diritti umani, di aver concluso delle trattative con Bakiev, presidente corrotto e autoritario. Tale situazione sarebbe un indubbio vantaggio per la Russia, che si è opposta alla costruzione della base militare e, per aumentare la sua sfera di influenza in Asia centrale, si è già detta disponibile a offrire un finanziamento di 50 milioni di dollari per aiutare il Kirghizistan ad uscire dalla crisi. La rinnovata dipendenza dalla Russia è motivo di preoccupazione per la Cina che ritiene il Kirghizistan fondamentale: è il secondo partner commerciale tra gli ex Stati sovietici, ed è territorio promettente per gli investimenti di imprese cinesi che hanno forti interessi soprattutto nel settore dell’energia e del gas. Pechino non ha ancora preso una posizione ufficiale e l’unico provvedimento è stato di chiudere le frontiere per impedire importazioni o esportazioni di merci e anche per evitare disordini durante l’Expo. Il governo attuale deve dunque prendere urgenti misure per assicurare stabilità nei rapporti con gli altri paesi e per evitare che il crimine organizzato o il commercio di droga si insinui nella vita politica. Inoltre potrebbe verificarsi una forte ripresa del fondamentalismo islamico, in atto nelle province del sud e soprattutto nella Valle di Ferghana. Una delle prime avvisaglie è la ripresa della pratica per le donne di indossare l’hijab, che sta causando problemi sui posti di lavoro e nelle scuole, dove è stato proibito alle dipendenti di usare il velo. L’osservanza di questa regola islamica può essere solo l’inizio di una tendenza ad irrigidire le regole religiose ed i relativi precetti, che potrebbe sfociare in un estremismo non tollerante. Di qui la necessità per la Otunbayeva di creare una coesione tra il nord e il sud del paese, primo passo per riunificare il Kirghizistan e avviare un processo democratico.
Questo articolo è uscito sul numero di giugno de L'Interprete. Lo riproponiamo sul sito per offrire una analisi della situazione nel Paese.
(10/09/2010)