C
era anche David Miliband, all’epoca un twentysomething, quel giorno lontano in cui nacque il New Labour. No, non quando Tony Blair entrò trionfante tra le bandierine e le strette di mano a Downing street, la prima volta. Ma tre anni prima, come ricorda nei suoi diari Alastair Campbell, lo spin doctor di Blair: “Martedì 13 settembre 1994. Meeting alle 15.45 con Peter M. (Mandelson), Philip (Gould), Pat (McFadden), Anji (Hunter) e David (Miliband) per parlare dei problemi congressuali. Lo slogan previsto era ‘Il nuovo approccio del Labour’ che, all’inizio, sembrava funzionare bene e pareva abbastanza comprensivo, ma per quanto mi riguarda non svolgeva appieno la sua funzione. Cerchiamo qualcosa di più grande e coraggioso, dissi. Parlammo di New Labour, più chiaro era e meglio era. E New Labour era un messaggio grande e forte che ci avrebbe dato direzione autentica e momentum”. Nato come uno slogan azzeccato, il New Labour si sarebbe poi rivelato un metodo, una filosofia di governo, un mantra ripetuto come una benedizione in giro per l’Europa, che guardava alla Cool Britannia con un misto di invidia ed ammirazione. Nell’opposizione tra il Labour liscio (a volte aggravato dall’aggettivo “old”, vecchio) e quello New, così frizzante e posh, si misurava la distanza tra progresso e resistenza al cambiamento, innovazione e conservatorismo. ”New Labour, New Danger” strillavano i manifesti dei tories, condannati alla sconfitta; ed è interessante che nel gruppo dei creativi che idearono quello sfortunato poster cogli “occhi diabolici” di Blair ci fosse Steve Hilton, oggi stratega di David Cameron. La stessa faida tra blairiani e brownites - i fedelissimi di Gordon - si è combattuta per anni dentro il perimetro iscritto dallo slogan coniato nel ’94. La parabola del New Labour ha seguito, dunque, i successi e lo scacco del blairismo, i rovesci del conflitto irakeno, l’usura del tempo e del governo. Come disse all’allora premier il neoleader dei tories, David Cameron, alla sua prima prova in Parlamento al question time: “Un tempo lei era il futuro”. A mandare in pensione, però, il New Labour non è stata la sconfitta dimezzata patita lo scorso maggio, né l’ingresso a Downing street della strana coppia liberal-conservatrice, Cameron e Nick Clegg. Il passaggio generazionale con un premier 43enne al numero 10 richiama il cambio di stagione rappresentato nel ’97 dal giovane Blair. Come ha ammesso, con una punta di hybris, lo stesso Cameron, nel resoconto del Financial Times della prima riunione del cabinet. Rivolgendosi a Clegg, che secondo il cerimoniale gli siede di fronte, il primo ministro avrebbe detto: “Nick, qualcuno mi ha detto ieri che io e te saremmo i nuovi Tony Blair e Gordon Brown della politica britannica. Ho pensato – ha concluso il premier – questo sì che significa tenere bassa l’asticella”. Ad archiviare il New Labour, insomma, non è stata la crisi economica o il declino elettorale, gli avversari politici o i voltagabbana, ma David Miliband, proprio lui, che era stato, come si dice in gergo, presente alla creazione.
E che nel suo primo discorso da candidato alla leadership laburista lo ha dichiarato morto, esaurito, kaputt, come un arnese ormai inutilizzabile: “L’era Blair/Brown è finita. Il New Labour non è più nuovo”.
Ora, che David e suo fratello Ed, i favoriti nella corsa alla successione di Gordon Brown, si affannino a cercare di sminare la guerra intestina che ha logorato il Labour per quasi un ventennio, è comprensibile e sano, ancorché poco credibile. Andare oltre la dicotomia tra blairiani e brownites? Fosse solo per abitudine o per comodità, i media non se la bevono, e continueranno a ragionare di qui al congresso del Labour (e oltre) secondo questo rigido schema binario. Cosa sia, però, esattamente il Next Labour annunciato da David Miliband (che lo ha mutuato dal New Statesman) resta ancora da capire. Nello shift da New a Next c’è il fisiologico salto di generazione - i due Miliband sono 40enni - e un decennio di elaborazione culturale, nei think-tank, nei centri studi, nelle centinaia di sigle con cui il Labour ha a lungo vinto la battaglia delle idee, tanto da traghettare a Downing street un conservatorismo che si autodefinisce orgogliosamente “progressista”. Ma, anche solo per una suggestione fonica, il Next Labour su cui si porranno le basi per il rilancio di un partito non più abituato all’opposizione somiglia molto ad una attualizzazione del vecchio brand. Un 2.0, magari non una semplice rinfrescata, ma una evoluzione di quel progetto di rinnovamento. Finché la politica non smetterà di pensarsi e definirsi in termini di futuro, di anticipazione di ciò che sarà piuttosto che di organizzazione di ciò che c’è - secondo la contrapposizione clintoniana tra “change” e “more of the same”, arrivata fino a Barack Obama da quei remoti anni ’90 - il Next non sarà che un upgrade del caro, vecchio New. E che tocchi a un ingrigito giovanotto come Miliband decretarne la dipartita è il segno che, Next o New, il Labour è condannato a rinnovarsi per non morire.
*Giornalista di Europa
(10/09/2010)