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di Gianluca Ansalone

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l Centre for Strategic & International Studies (CSIS), da sempre ricerca un confronto costruttivo con le istituzioni e le agenzie governative. Di fronte ai pesanti sacrifici annunciati anche dal Pentagono, come conseguenza della crisi economica, e ai tagli a numerosi programmi militari, il CSIS ospita sul proprio sito il resoconto di una serie di interventi di alti vertici delle Forze Armate americane, il cui focus è la rappresentazione del nuovo modello di difesa e la compatibilità con il necessario contenimento dei costi. L’approccio che sembra prevalere (non è chiaro quanto in apparenza) è quello del “less is more”, ovvero della ricerca di opportunità dalla crisi. Si potrà forse avere uno strumento militare con meno duplicazioni, meno sprechi e sistemi di armamento più confacenti alla missione globale degli USA. Qualità più che quantità, insomma. L’americana RAND Corporation approfondisce un tema di grande attualità, ripreso peraltro anche da una suggestiva copertina dell’Economist di appena due settimane fa: il rapporto che esiste tra l’utilizzo della rete di internet e la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali, a cominciare dalla privacy. Tecnici e giuristi di tutto il mondo sono impegnati a definire buone pratiche di regolamentazione delle rete, senza per questo ledere la libertà di navigazione, ma avendo in mente i pericoli che possono nascere dall’uso distorto delle nuove tecnologie. Tra sms spia e furti di identità informatica, lo spettro delle minacce diventa larghissimo e i governi, per adesso, brancolano nel buio telematico. Di grande interesse è l’analisi proposta in homepage dallo European Council on Foreign Relations, incentrata sul tema degli “Embryo states”, ovvero di quegli Stati che vorrebbero farsi tali. Kosovo, Timor Est, Taiwan e Territori palestinesi sono alla ricerca di un consenso e di una architettura statuale riconosciuta, a fronte di enormi difficoltà economiche, sociali e strategiche. Secondo gli analisti del centro, la comunità internazionale non dovrebbe trascurare le ambizioni di questi Stati, pena il loro progressivo sfaldamento e l’apertura di nuovi buchi neri geopolitici che il mondo non può permettersi. Non usa mezzi termini il Cato Institute che offre ai lettori una prospettiva di analisi quanto meno realista. Il centro di ricerca apre con il sonoro titolo “Perché l’alleanza tra USA e Corea del Sud è vecchia e controproducente”. Partendo dall’ennesima scaramuccia di confine, legata all’affondamento della fregata sudcoreana Cheonan e su cui è stata attivata una commissione di inchiesta dell’ONU, gli autori ripercorrono la storia recente dell’impegno USA nella penisola coreana. La loro conclusione è che non si può “morire per Seoul” e investire tempo, risorse finanziarie e relazioni diplomatiche per mettere ordine in un cortile riottoso e senza alcun rilievo strategico per Washington. Lo Strategic Studies Institute, centro di studi ed analisi collegato allo Stato maggiore dell’esercito americano, si occupa di due analisi tecniche estremamente interessanti: una prima sul futuro dell’apparato militare russo; una seconda sulle effettive capacità dell’esercito cinese. Entrambe le disamine sono utili a comprendere quanto ancora sia incolmabile il gap tecnologico ed operativo tra gli USA ed i suoi concorrenti strategici sullo scenario globale. La distanza resta notevole, ma potrebbe non durare per sempre.

(08/09/2010)

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