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l processo dissolutivo dello stato nazione prosegue. Via i confini e le barriere. Non esiste più l’esterno da sé, diventa impossibile non relazionarsi e confrontarsi. Siamo di fronte a una nuova comunità internazionale che va interpretata e regolata, con al centro l’individuo, i suoi principi e i suoi valori. È ancora prevalente la paura del cambiamento o cominciano ad emergere le opportunità della globalizzazione?
“E’ una bella domanda, ma in realtà investe due nodi diversi che è bene tenere distinti. Il primo è quello dell’abbattimento dei confini nazionali, quindi del ruolo declinante o perdurante degli stati nazionali, sia come regolatori della vita nazionale ed internazionale, sia come sintesi di identità nazionali, che portano al secondo tema, quello dell’incontro-confronto tra diversità e che io amo ricondurre alla dilemmaticità di Babele. Babele cos’è? È una maledizione biblica o è un’opportunità che la divinità volle offrire agli esseri umani di coltivare se stessi avvalendosi delle diversità? In realtà possiamo essere indotti a celebrare il funerale dello stato nazionale molto prima della morte del caro estinto, che in realtà non è per niente estinto. Siamo di fronte a un drammatico mismatch, una drammatica asimmetria fra talune attività umane che hanno totalmente abbattuto i confini nazionali e altre attività che sono rimaste ancorate al loro interno, provocando questa asimmetria e le sue gravi conseguenze. Oggi dire che gli stati nazionali sono i signori della scena internazionale può far sorridere una qualunque società multinazionale, però in realtà buona parte delle responsabilità decisionali pubbliche sono ancora nelle mai degli stati nazionali. Celebriamo come un successo il G20, non perché governi il mondo, ma perché possibilmente coordini le diverse politiche nazionali in funzione di interessi che sono dell’intera comunità internazionale. Lo stato della comunità internazionale è oggi profondamente distorto, possiamo soltanto ritenerlo di transizione e il perdurare di queste responsabilità nazionali chiama qualcosa in più che oggi ancora non c’è. Io non mi illudo che arriveremo al governo globale, ma mi auguro che i miei nipoti possano riuscire a vedere quello che a Kant era apparsa la soluzione pacifica dei problemi del mondo, una federazione mondiale che potesse conferire una cittadinanza cosmopolita a ciascuno di noi. La cittadinanza cosmopolita sarebbe il trionfo della Babele-opportunità. Qui vedo un’altra asimmetria, passando alla seconda parte della domanda. L’asimmetria la vedo tra noi e gli altri, dove noi siamo gli europei e gli altri il resto del mondo. Il dilemma è un rischio o un’opportunità? Il diverso con il quale sto convivendo, deve farmi paura o deve sollecitare in me la voglia di fare qualcosa di nuovo? È una domanda europea, in nessuna altra parte del mondo se la stanno ponendo. Perché, se in sé, l’arrivo dei diversi è sempre, in qualunque parte del mondo, una fonte di iniziale diffidenza, la paura, come paradigma fondamentale che in qualche modo radica e dilata questo sentimento iniziale di diffidenza, è solo europea in questa fase della storia. Il che vuol dire che non nasce dalla diversità come tale, ma nasce dal fatto che noi siamo pessimisti sul nostro futuro, vediamo un mondo nel quale il nostro ruolo è declinante, nel quale i nostri ritmi di crescita sono sempre più esigui rispetto agli altri, che noi facciamo meno bambini e altri ne fanno, che noi siamo sempre più vecchi. Il resto del mondo vive di più il futuro, perché è più giovane, perché esce ora dalla povertà e ha degli obiettivi concreti da realizzare, ha più desideri da raggiungere. Non sto facendo l’apologo del “buon selvaggio”, perché è esattamente il contrario. Sto facendo l’apologo della civiltà. La civiltà che arriva è lo sviluppo che arriva. È questo che rende ottimisti. Sarà in realtà più facile che, nei prossimi anni, vivano tra diversi in Cina più di quanto non possa accadere da noi, a meno che l’Europa non sappia ritrovare dei ritmi di sviluppo superiori a quelli che ha attualmente, o che questi immigrati, oggi guardati con tanta diffidenza, non reimmettano quella motivazione verso il futuro che porta desiderio di cambiamento. Ecco, domandarsi cosa sarà Babele, significa in realtà domandarsi cosa sarà l’Europa”.
Quale potrebbe essere di qui in avanti il ruolo dell’Europa dopo il Trattato di Lisbona? Più ottimismo sui ruoli e un po’ di slancio attraverso politiche di coordinamento con stati che hanno prospettive diverse rispetto a quelle della vecchia Europa?
“L’Europa è in una singolare posizione nel mondo di oggi, per la sua maturità, per le tante che ha visto, per aver scatenato due guerre mondiali. Ha generato dentro di sé degli antidoti nei confronti della guerra, che non esistono in nessun altra parte del mondo e che la candidano a essere messaggera di pace. In termini di esperienza, visione del futuro, civiltà e valori, in una fase così caratterizzata da conflitti, l’Europa avrebbe tutte le carte in regola per essere la guida globale verso un mondo migliore, ma purtroppo non ha lo slancio. Tutto questo è rappresentato dalla piattaforma comune sulla quale continuano ad agitarsi, ciascuno con i propri particolarismi mossi in genere dalla paura, questi ventisette stati nazionali. Abbiamo creato un insieme che non avrebbe eguali nel mondo, se riuscisse a muoversi come insieme e ci siamo dotati, quando ci siamo accorti che non ne eravamo capaci, di strumenti per agire come un insieme. Il Trattato di Lisbona potrebbe essere molto meglio di quello che è, ma di sicuro offre strumenti migliori di quelli preesistenti e incomparabilmente più efficaci di quelli esistenti in qualunque altra regione del mondo per far essere l’Europa un soggetto collettivo”.
Barack Obama, nel discorso pronunciato nel giorno del ritiro del Premio Nobel, ha provato a fissare le regole che rendono giusto il ricorso alla guerra. “Ci saranno occasioni”, ha detto, “in cui le nazioni troveranno non solo necessario, ma moralmente giustificato, l’uso della forza”.
“E’ un argomento scabroso. Da europeo potrei cavarmela dicendo che lui è americano e quindi ha l’opzione militare in testa più di quanto ce l’abbia io. Sarebbe una risposta che ha un granello di verità, ma anche tanta ipocrisia, perché sarei disonesto se negassi che nelle vicende del mondo futuro la guerra sia qualcosa che ancora potremmo trovarci a condividere. Dove naturalmente io sostituirei la parola guerra con la locuzione “intervento militare”, perché guerra vuol dire mettermi contro qualcuno, scegliere di combattere qualcuno. L’intervento militare io lo vedo come sta scritto nella carta dell’ONU, esattamente la traslazione in campo internazionale dell’opzione coercitiva delle forze di polizia in una vicenda di ordine pubblico interna. Non posso pensare che una situazione come quella del Darfur possa andare avanti per sempre con delle truppe più o meno regolari che hanno libertà di rapinare, uccidere, stuprare, senza che nulla accada. Non posso permettere che si riaffermino le coste dei pirati, come accadeva sino a due secoli fa”.
In Iran il regime assassina le esistenze e i sogni di tanti individui. Cosa deve ancora accadere per svegliare il torpore della comunità internazionale?
“Io penso che quello iraniano sia un sistema di potere che si sta lentamente sgretolando dall’interno, anche se dispone di uno degli apparati repressivi più efficaci. Nell’isola di Teheran c’è un sentimento di lontananza dal regime e cominciano ad esserci altre isole che si formano, sintonizzate con Teheran, che sta diventando come il centro di un arcipelago. E’ cambiata la posizione della Guida Suprema. Prima cercava di tenersi al di sopra delle parti e in ultimo ha integralmente sposato Ahmadinejad contro l’opposizione, contrapponendosi a un sentimento molto diffuso nel clero sciita, sempre più a disagio per la convergenza con la politica e il rischio di perdere la propria autorevolezza spirituale e morale. La ferita che Khamenei sta infliggendo a questo sentimento potrebbe creare un distacco e io sono convinto che la comunità internazionale debba assecondare questo processo. Non può fare tanto di più, perché rischierebbe di interpretare paesi che stanno fuori dalla nostra cultura nel modo in cui interpretiamo noi stessi. La storia lascia dei prezzi pesanti e noi siamo ancora visti come potenze coloniali. Qui c’è una situazione storica che crea su di noi un sospetto anche in chi vede il mondo in cui noi viviamo come un mondo migliore”.
Tra qualche mese si voterà nel Regno Unito. Il New Labour è alla ricerca ancora confusa di un nuovo leader. Cresce nei sondaggi più che per merito proprio, forse a causa di un calo dei conservatori.
“Penso con tutta franchezza che dopo ormai più di dieci anni di governo laburista, con il partito che esprime un po’ di fatica, si possa anche pensare di lasciar spazio all’alternanza. Ho sempre creduto che abbia un significato, che dopo alcuni anni tutti sono esausti del proprio potere e che andare a caricare le batterie all’opposizione comunque serve. Al New Labour, come a tutta la famiglia riformista europea, occorre un resetting davanti ad un mondo che non ci rende più moderni, se ci limitiamo a dire basta con il nostro statalismo. È stata una fase utile. Non ritengo affatto che sia stato sbagliato far cadere lo statalismo burocratico della social democrazia del 20° secolo, che sia stato opportuno sintonizzarsi con un mondo in cui l’individuo ha un peso e un importanza maggiore. Ritengo giusto aver posto al centro la persona e non lo stato, il paziente e non il medico, il lavoratore e non l’ufficio di collocamento. Questo è il senso dell’esperienza che abbiamo fatto aiutati anche dalla terza via, ma non c’è dubbio che oggi c’è un mondo che sta completamente cambiando, anche in virtù di questo. Quanti giovani dovranno riporre le loro speranze in un domani di lavoro dipendente e quanti le dovranno riporre in un domani di lavoro autonomo, di piccola impresa, di servizio? Quanto difendere i propri lavoratori nei confronti di chi viene è una politica progressista o conservatrice? Sono una serie di questioni su cui noi non avevamo risposte nel nostro sillabo del 20° secolo e questo spiega la nostra difficoltà. E’ però in difficoltà anche la destra, la quale riceve mandati a governare dalle paure emotive che sollecita, ma non ha poi gli strumenti per farlo. Io penso che Cameron potrà vincere le elezioni, ma Dio protegga il Regno Unito dal governo dei Conservatori, almeno nei primi anni. In seguito potranno imparare a governare, ci sono stati ottimi governi conservatori, ma al momento non hanno gli strumenti. È una fase difficile e lo sarà per tutti”.
Il discorso di Papa Ratzinger al corpo diplomatico è stato aperto dalla denuncia di come la mentalità egoistica e materialistica corrente stia minacciando il creato.
“La salvaguardia dell’ambiente è una questione prioritaria. Oggi si è capito che se lo sviluppo non accetta gli standard qualitativi si mangia anche la quantità, finisce per arrestare se stesso, perché distrugge largamente le risorse di cui ha bisogno. Il modo più corretto di misurare il nostro sviluppo è identificare gli stock di risorse di cui oggi il mondo dispone e verificare quali politiche lo aumentino o lo riducano a beneficio delle generazioni successive. Il Santo Padre qui ha detto una cosa giusta e credo sia il terreno sul quale religioni e riformismo politico hanno la possibilità di incontrarsi, nel diffondere la credibilità e la cogenza di standard di comportamento e svolgimento delle proprie attività che siano coerenti con un futuro possibile per il mondo”.
Francesco De Leo
Collaborazione di Marta Leonori