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Ramin Bahrami, il mio Iran 1
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Ramin Bahrami, il mio Iran 1


Intervista al musicista iraniano Ramin Bahrami, uno dei più grandi autori contemporanei della musica di John Sebastian Bach

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“Frequenta Bach…perché la sua musica potrà aiutarti molto”. Si chiamava Paviz Bahrami, era un ingegnere iraniano. Fu assassinato nel 1991 con l’accusa di essere un oppositore della Repubblica Islamica e di aver collaborato con lo Scià. Le sue parole erano per il figlio Ramin, folgorato dalla musica di John Sebastian Bach fin da giovane. Ramin fu costretto ad emigrare in Europa a 11 anni. L’idea era di inseguire le tracce del suo grande amore Bach in Germania, ma fu l’Italia il primo Paese ad accoglierlo. Oggi il pianista vive a Stoccarda ed è uno dei più grandi interpreti contemporanei di Bach. Al telefono, dopo avergli augurato il meglio per il suo amato Iran, gli chiedo cosa provi da esiliato per tutto quello che accadde. “E’ un momento di sconforto totale, di sgomento. E’ un momento devastante per questo meraviglioso Paese”, mi dice affranto. “Provo profondo dolore per questi giovani, queste voci che reclamano libertà, non riescono a raggiungerla. I ragazzi iraniani vorrebbero esprimere quanto desiderano. Li stanno ammazzando per questo. Con il mio cuore sono con loro e mi auguro che l’Occidente illuminato faccia tutto quello che ha in possesso perché questa gioventù si liberi”. E’ commosso Bahrami, ma è un fiume in piena, non riesce a fermarsi. “Il nostro futuro sono questi giovani pieni di speranza. Avremo un futuro se riusciranno a trasformare il Paese in un Iran libero e democratico”. Ma dove nasce questa energia che porta i giovani dell’Onda Verde a battersi contro un regime tirannico che assassina le loro vite, sevizia i loro corpi, imprigiona i loro sogni e violenta le loro donne? “Dall’orgoglio di un popolo stanco di farsi dominare da gentaglia che non capisce assolutamente nulla della libertà e della civiltà. L’iraniano è un popolo speranzoso che vuole riconquistare la libertà…che ha sete di libertà”, mi dice Bahrami. “Attenzione”, spiega, “libertà è una parola che noi in Occidente utilizziamo senza renderci conto di cosa voglia dire, ma se non c’è la libertà non c’è vita, non c’è felicità. La sete della libertà è voglia ed orgoglio di essere individui. E’ questo che porta i ragazzi a offrire persino la propria esistenza per un futuro migliore”. Nel mondo ci si comincia a chiedere a cosa porterà la grande energia di quest’Onda? Fin dove avrà la forza di arrivare e se si arresterà? Per il musicista iraniano siamo di fronte a proteste che per la prima volta hanno tali proporzioni e questo lo porta a “sperare con tutto il cuore che sia la rivolta definitiva, l’azione che possa dare la spallata a questo regime, approfittatore e nulla più”. Bahrami si intristisce, comincia a parlare più lentamente, “il popolo iraniano, questo popolo orgoglioso e antico, è stanco dopo trent’anni di oppressioni e minacce…”, mi dice, ricordandomi quanto successo a suo padre, quanto non potrà mai dimenticare. “Che sia la volta buona”, riparte con impeto, “tutti insieme noi uomini liberi che crediamo nella libertà, nella democrazia, valori così fortemente presenti in Occidente, dobbiamo sperare davvero che sia la volta buona per la fine di questi dittatori”. Qualche anno fa in un’intervista, Ramin Bahrami disse che Bach assomigliava al mondo che immaginava ancora possibile, un compositore tedesco, che assimilava le emozioni e le forme più diverse della musica del suo tempo senza distruggerle. “Unisce il rigore e la fantasia, ascolta, restituisce, restando se stesso: collega non separa. Ha la mente e il cuore aperti: magari la sua musica potesse parlare ai politici”. Auguri di buon anno Bahrim, a te e al tuo meraviglioso Paese.      




(01/08/2010)

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