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Il 22 di Barman 1387, a trent’anni dalla Rivoluzione
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Il 22 di Barman 1387, a trent’anni dalla Rivoluzione
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reportage

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Reportage registrato il 10 Febbraio 2009 a Tehran (Iran) da RadioRadicale.

È documentata la manifestazione di celebrazione dei trent’anni della Rivoluzione Islamica, confluita in Piazza Azadi. Ascolterete suoni, testimonianze dei partecipanti, le parti principali del discorso del Presidente Mahmoud Ahmadinejad e un’intervista esclusiva al ministro della Difesa iraniano Mostafa Najjar.

Tehran (Iran) - È il mese di Enghelab in Iran. Trent’anni fa di questi giorni gli iraniani erano nel pieno del loro ‘assalto al cielo’, lo Scià si era rifugiato in casa del ‘Grande Satana’ e loro cominciavano a sovvertire l’ordine esistente per costruirne uno fondato sulla Legge divina. Per la prima volta nell’era moderna la religione si impose quale fattore movente e determinante nella storia delle rivolte dei popoli. Sembra essersi rifatto il trucco l’aeroporto di Tehran a cui è stato dato il nome di Imam Khomeini, il leader rivoluzionario che diede vita al primo governo islamico della storia dell’Islam. Il suo viso barbuto giganteggia su un cartello in compagnia del ritratto della Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei. Grandi lenzuola di raso viola, azzurre, gialle e fuxia, formano drappeggi che decorano il soffitto in modo vivace e inconsueto. Una grande sfera arancione, di almeno tre metri di diametro, colora il soffitto della maestosa ‘sala arrivi’ dell’aeroporto. È il ‘Benvenuto in Iran’ di un Paese che attraverso la coreografia cerca una via più semplice per rapportarsi alla modernità. In fondo era questo il sogno degli iraniani al momento della rivoluzione, trovare una via alternativa alla modernità occidentale. Uno stato fondato sulla religione non poteva che assicurare giustizia e solidarietà. “Respected ladies: observe the islamic dress code”. Anche il triste cartello che dopo i nastri della consegna bagagli, prima della dogana, avverte le donne di coprirsi il capo, è stato sostituito da una foto a colori che raffigura una bella ragazza iraniana con hijab. Appena fuori alla ricerca di un taxi, uno scenario incantevole. Sta albeggiando a Tehran, c’è un chiarore innaturale dovuto ai tantissimi fiocchi di neve che cadono dal cielo, la strada comincia a imbiancarsi sempre più mentre con il taxi sono diretto al centro della città. Mentre procediamo si stagliano sulla nostra destra le torri del Santuario dell’Imam Khomeini. Sormontato da un’enorme cupola d’oro, l’edificio in cui riposa il padre della rivoluzione islamica è fiancheggiato da queste quattro torri, alte 91 metri a rappresentare l’età che Khomeini aveva al momento della morte. Proprio di fronte Behesht-e Zahra, il più grande cimitero di Tehran. Al suo interno, mi dice Joseph, il tassista, “oltre 200.000 teche di vetro contengono le foto dei caduti iraniani nella guerra con l’Iraq”. Mi informo sui festeggiamenti della settimana, sui programmi celebrativi previsti per il trentesimo della rivoluzione, mentre la nevicata non sembra affatto arrestarsi. “Ci saranno grandi manifestazioni per strada, parleranno i nostri politici più importanti…ci sarà la grande parata martedì prossimo, giorno della ricorrenza. Probabilmente sarà il Presidente Ahmadinejad a concludere la cerimonia”. Lei ci sarà?, chiedo all’autista. “Per carità…Ho fatto la rivoluzione, ho partecipato alle lotte…ma non abbiamo ottenuto nulla”, mi dice con amarezza offrendomi un chewing gum. “C’era repressione con lo Scià, c’è repressione oggi. Cosa è cambiato?”. La notte di Tehran è fredda, illuminata da lampioni colorati, le lunghe strade che l’attraversano, vuote come in un sogno. Mai così bella come quando si lascia guardare senza la luce del sole. Mai così profondamente silenziosa. Tehran non ha tanti colori, dominano il marroncino e il grigio spento, qui si muore di smog e tra qualche ora la città abbracciata dagli innevati Monti Elburz sarà già in piena azione e migliaia di auto in coda strombazzeranno con i loro clacson. Percorriamo Vali Asr, la più lunga via della capitale iraniana, congiunge il nord al sud. Un mullah vestito con un lungo abito grigio e coperto dal solo turbante bianco attraversa la strada, a passo veloce. “Il nostro Paese è nelle loro mani”, sbotta il tassista. “Si fa quello che vogliono loro”. Secondo loro, i religiosi, la rivoluzione non nacque dal nulla. Fu il risultato di una rivoluzione interiore, una piena assimilazione dell’Islam, della sottomissione a Dio e alla sua visione del mondo. Una visione dell’esistenza, dove la legge è sia dovere sociale che norma religiosa. Una legge divina nella sua origine, che regola tutta la vita, sia esteriore che interiore, dell’individuo e dell’intera comunità. Il diritto, la morale, la filosofia, la teologia, le discipline sociali, tutto è strettamente unito intorno a un unico centro che è Dio. Tantissimi i manifesti appesi per strada con la scritta Gaza rossa, come fosse insanguinata. “Voi occidentali non vi capisco”, mi dice il guidatore, facendomi cenno con il capo di essere arrivati. “Mai nulla contro Israele…qui invece tutti compatti a fianco dei palestinesi, anche gli studenti anti-Ahmadinejad”. Gli occidentali, Khomeini ci considerava lontani da Dio perché impregnati del nostro umanesimo. L’essere legati solo all’uomo nei nostri sogni, nei nostri desideri, nelle nostre azioni era secondo lui il segno più evidente del nostro declino. Lei cosa sogna? Chiedo a Joseph mentre lo saluto. “Solo che tutto cambi…è così difficile, mi creda”.


Teheran - “Ma mitavanim”. “Noi possiamo”, c’era scritto su uno dei tanti cartelli portati a mano alla grande manifestazione che celebrava ieri a Tehran i trent’anni della Rivoluzione. Tantissime le presenze, forse un milione, in strada dalle 5 del mattino per riuscire ad entrare in tempo nella grandissima Piazza Azadi. Quando il Presidente Ahmadinejad terminava il tradizionale discorso del 22 di Barman, la lunga arteria che porta nella piazza era ancora colma di gente che arrivava per ascoltarlo. Quel fiume di persone l’aveva visto al suo arrivo dall’elicottero e deve averci pensato quando ha detto: “Voglio dichiarare in questa occasione che oggi l’Iran è diventata una vera superpotenza e le minacce militari nei nostri confronti sono state rimosse per sempre”. Interrotto più volte da slogan contro Usa e Israele ha impiegato quasi metà del suo discorso per elencare, statistiche alla mano, quanto la Repubblica Islamica sia cresciuta in questi trent’anni. “I sacrifici che chiediamo al nostro popolo non sono finiti” ha ammesso, “ma il progresso scientifico, culturale e tecnologico dimostrato dall’Iran saprà ripagarli adeguatamente”. Non ha deluso chi aspettava delle risposte alle aperture di Washington, non ha chiuso la porta al dialogo. “Siamo pronti”, ma “a condizione che si svolga in un atmosfera giusta e nel rispetto reciproco”. Riferendosi alla nuova amministrazione americana, “il cambiamento dev’essere reale, di sostanza, non tattico”, per poi aggiungere “l’Iran accoglie positivamente ogni cambiamento”. Il pensiero di Ahmadinejad va alla rimozione di quei fattori che hanno portato al terrorismo. “Bisogna andare alle radici dell’insicurezza, è l’unica soluzione per sconfiggerlo” e in questo l’Occidente “non può prescindere dall’Iran”. Il vecchio inquilino della Casa Bianca non è stato ancora dimenticato, probabilmente non pagherebbe, conviene maggiormente consigliare alla comunità internazionale “di sottoporre Bush a processo per l’oltre milione di morti in Iraq dopo l’invasione”. La piazza lo aiuta, “Marg Bar America!”, lo incita gridando a squarcia gola “Morte all’America”. Cosa prova per l’America? “La odio con tutta me stessa”, mi dice una ragazza coperta quasi totalmente da uno chador nero. Ha in mano un cartello di legno su cui è raffigurata la bandiera a stelle e strisce. Al centro una scarpa vera, legata con lo spago. “Avrei voglia di tirargliela in testa, non potendo mi accontento di lanciarla sulla bandiera”. A fianco a lei un bambino bellissimo, potrà avere sei anni, mi guarda mentre parlo con la mamma, con i suoi occhi grandi e neri. Sulla strada che porta a Piazza Azadi, la Piazza della Libertà, simbolo della Rivoluzione, due bandiere del Grande e del Piccolo Satana, Usa e Israele, sono il tappeto calpestato da chi arriva. “Democratici o Conservatori americani sono tutti uguali per noi”,  mi dice un uomo ben vestito, sulla cinquantina. “Non ci aspettiamo nulla da entrambi”. Dov’era trent’anni fa? “Proprio qui, dove parlo con lei. Manifestavo per la Rivoluzione”. Gli chiedo il ricordo a cui è più affezionato. “Aver aiutato le guardie dello Scià a scappare…non potrò mai dimenticarlo”. Tantissimi chioschi per le strade. Ci si trova di tutto, dai libri su Khomeini, alle foto della Guida, palloncini colorati, dvd, magliette e kebab. Musica a volume altissimo, su di un palchetto ragazzi in giacca e cravatta con il viso coperto dalle maschere di Bush e della Rice, fingono di ‘impazzire’ davanti a quel mare di gente. “Non lo voterò, confermerò Ahmadinejad”, mi  risponde una donna a cui chiedo cosa pensasse della candidatura di Khatami. E’molto più rivoluzionario, non avrò dubbi”. La piazza è senz’altro di Ahmadinejad, per l’uomo delle riforme sarà una dura battaglia. Icona della manifestazione il satellite Omid. Una ricostruzione in plastica giganteggia nella piazza e Ahmadinejad ne ha parlato in ogni modo. Sono le dodici, il Presidente conclude il suo discorso, il muezzin chiama alla preghiera. C’è chi si inginocchia e chi torna a casa. Sulla via del ritorno mi imbatto in un piccolo palchetto di legno costruito su un camioncino. È uno studiolo televisivo improvvisato. Seduto su una poltrona vintage il ministro della Difesa, in mimetica. Mostro il microfono al suo staff, mi concedono di parlargli. Comincio a salire. “No! No! Scenderà dalla scaletta, aspetti qui…ma cosa vuol domandargli?”, mi chiede un uomo del suo staff. Delle “minacce permanenti all’Iran” di cui ha parlato il Presidente e di questo sentirvi “superpotenza”. Scende a fatica tra la calca, Mostafa Najjar e dopo avermi stretto la mano: “Questa gente è la potenza dell’Iran, la sua vera forza, non pensi ad altro. Quanto alle minacce solo chiacchiere, nulla di più. Pensassero alla loro tranquillità, la battaglia di Gaza ha dimostrato quanto siano deboli”. Ma la vostra gente non se la passa bene? “Economicamente ci sono problemi ovunque nel mondo, credo anche da voi. Questa gente però è felice…è per questo che la vede qui”. 



(01/08/2010)

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